Il 28° regime europeo per le startup: rivoluzione vera o ennesima occasione persa?

Marzo 2026 | Dietro una norma – Le inefficienze dell’ecosistema italiano


Il 18 marzo 2026 la Commissione Europea ha approvato la bozza del cosiddetto 28° regime 107 articoli con cui l’Europa prova a costruire un quadro normativo comune per le startup, indipendente dalle legislazioni dei ventisette stati membri. L’iter è appena cominciato e durerà almeno un anno. Ma il testo è pubblico, i dettagli sono leggibili e le criticità sono già visibili a chi ha la pazienza di andare oltre il comunicato stampa.

Vale la pena farlo adesso, prima che il dibattito si incrosti nelle solite posizioni — gli entusiasti che vedono nella proposta la soluzione a tutti i problemi dell’ecosistema europeo, e gli scettici che la liquidano come l’ennesimo esercizio burocratico di Bruxelles.

La realtà, come sempre, è più complicata di entrambe le versioni.


Cosa prevede la bozza: i punti che cambiano davvero

Il 28° regime nasce da un’idea semplice: creare una forma giuridica europea per le startup e le scaleup che voglia operare nel mercato unico senza doversi costituire in ogni paese in cui opera. Un’azienda registrata sotto il 28° regime avrebbe sede legale europea non italiana, non francese, non tedesca con un unico quadro normativo di riferimento per governance, fiscalità e diritto societario.

Le novità principali della bozza sono quattro.

La prima è la digitalizzazione totale dei processi amministrativi. Costituzione, modifica statutaria, aumento di capitale, scioglimento tutto online, senza notaio fisico, senza carta, senza la variabilità che oggi caratterizza questi processi nei diversi ordinamenti nazionali. Per chi ha provato a costituire una startup in Italia e in Francia nello stesso anno, capisce immediatamente il valore di questa semplificazione.

La seconda è la partecipazione azionaria dei dipendenti. La bozza introduce un framework armonizzato per le stock option e i piani di equity compensation — uno degli strumenti più potenti per attrarre talento nelle startup e uno dei più complicati da gestire in Italia, dove la tassazione dei piani di incentivazione azionaria è da anni oggetto di dibattito senza una soluzione definitivamente soddisfacente.

La terza è la governance semplificata. La bozza prevede una struttura societaria snella, con meno requisiti formali rispetto alle società di capitali tradizionali, pensata per essere compatibile con la velocità decisionale che le startup richiedono.

La quarta, e forse la più rilevante per il mercato dei capitali, è il passaporto europeo per gli investitori. Un investitore che entra nel cap table di una startup registrata sotto il 28° regime non deve navigare nel diritto societario del paese in cui opera l’azienda. Il contratto di investimento ha un quadro di riferimento unico, comprensibile e prevedibile.


Le criticità che nessuno vuole nominare

Le novità sono reali. Ma ci sono almeno tre criticità che il dibattito pubblico tende a minimizzare.

La prima è la questione fiscale irrisolta. La bozza armonizza il diritto societario, ma non la fiscalità. Un’azienda registrata sotto il 28° regime paga le tasse dove genera reddito e questo significa che le distorsioni fiscali tra paesi europei rimangono intatte. Una startup che vende prevalentemente in Italia pagherà le tasse in Italia, con le aliquote e le regole italiane. Il risparmio burocratico è reale, ma l’ottimizzazione fiscale rimane un problema irrisolto.

La seconda criticità è il rischio della direttiva mascherata da regolamento. La bozza è presentata come regolamento ovvero uno strumento che si applica direttamente e uniformemente in tutti gli stati membri senza necessità di recepimento. Ma nell’iter parlamentare europeo, che durerà almeno fino al 2027, la pressione dei governi nazionali per trasformarla in direttiva con la conseguente possibilità di recepimento differenziato è già visibile. Se il 28° regime diventasse una direttiva, ogni paese lo recepirebbe a modo suo, riproducendo esattamente la frammentazione che la proposta vuole eliminare.

La terza criticità riguarda l’adozione effettiva. Anche ipotizzando che la proposta diventi regolamento nella sua forma attuale, rimane la domanda di quanto le startup italiane lo utilizzeranno davvero. L’esperienza della Societas Europaea la società europea già esistente, introdotta nel 2004 non è incoraggiante: uno strumento pensato per semplificare l’operatività cross-border in Europa, utilizzato da pochissime aziende perché i costi di transizione superano i benefici percepiti per chi opera principalmente in un mercato nazionale.


Il pensiero di Giorgio Ciron: serve una vera EU Inc.

Giorgio Ciron, direttore di InnovUp, l’associazione italiana delle startup e delle scaleup innovative, ha scritto in questo periodo una delle analisi più lucide sul 28° regime: l’Europa non deve sprecare questa occasione, ma per non sprecarla serve ambizione vera, non un compromesso al ribasso.

La sua tesi è che il 28° regime abbia senso solo se diventa quello che Ciron chiama una vera “EU Inc.” semplice come la LLC americana, uniforme come un regolamento comunitario, ambiziosa nel rimuovere le barriere reali che oggi rendono difficile costruire un’azienda europea con ambizioni globali.

È una posizione condivisibile. Il rischio concreto è che la proposta, nel suo percorso legislativo, venga progressivamente svuotata di contenuto per trovare il consenso dei ventisette governi ciascuno dei quali ha interessi di sovranità normativa e fiscale che confliggono con l’obiettivo di armonizzazione.

Se questo accade, il 28° regime diventerà l’ennesimo strumento europeo che esiste formalmente ma che nella pratica nessuno usa, perché il costo di adottarlo supera i benefici che promette sulla carta.


La space economy come specchio del problema: Raffaele Mauro e Primo Space

In parallelo al dibattito sul 28° regime, marzo 2026 porta un’altra notizia significativa per l’ecosistema dell’innovazione italiana: Raffaele Mauro, General Partner di Primo Space, uno dei pochi fondi europei specializzati nella space economy, spiega perché lo spazio non è più un settore verticale ma una piattaforma abilitante per l’innovazione in molti comparti: dall’energia alle infrastrutture, dalla finanza alla manifattura.

È un esempio perfetto di come la nuova geografia dell’innovazione stia ridisegnando i confini tra settori. Le startup che lavorano con dati satellitari non sono più “startup spaziali” di nicchia: sono infrastruttura per la transizione energetica, per il monitoraggio ambientale, per la logistica di precisione.

Ma il caso di Primo Space illustra anche un limite strutturale dell’ecosistema italiano che il 28° regime, da solo, non può risolvere: i fondi specializzati su verticali tecnologici profondi space tech, biotech, deeptech, defence tech in Italia si contano sulle dita di una mano. Non perché manchino le startup di qualità in questi settori, ma perché costruire un fondo con le competenze settoriali necessarie per valutarle richiede anni di track record e un ecosistema di LP disposti a scommettere su strategie di lungo periodo.


Il nodo pensioni che blocca l’innovazione: il collegamento che nessuno fa

EconomyUp pubblica in questo periodo un’analisi che raramente si trova nel dibattito sull’ecosistema startup: il collegamento diretto tra spesa pensionistica, mercato del lavoro e investimento in innovazione.

I numeri sono impietosi. L’Italia destina alla spesa pensionistica il 16% del PIL, uno dei valori più alti in Europa, mentre investe in ricerca e sviluppo l’1,33% del PIL, ben al di sotto della media europea e lontanissimo dall’obiettivo del 3% fissato dalla strategia di Lisbona del 2000, mai raggiunto.

Non è una coincidenza. In un sistema economico in cui la spesa pubblica è dominata da trasferimenti previdenziali, rimane poco spazio fiscale per politiche industriali attive, per incentivi all’innovazione, per il finanziamento di università e centri di ricerca al livello necessario per competere con i principali ecosistemi globali.

Questa non è una critica al sistema pensionistico in sé è una constatazione di equilibri macroeconomici che condizionano direttamente la capacità del paese di investire nella propria trasformazione produttiva. E finché questa conversazione rimane separata da quella sull’ecosistema startup come se fossero due mondi distinti non si può capire davvero perché l’Italia fa fatica a costruire un ecosistema dell’innovazione all’altezza della sua dimensione economica.


Poste-TIM e il rischio del fortino chiuso

L’acquisizione di TIM da parte di Poste Italiane è l’altra grande notizia di marzo 2026 per chi guarda all’ecosistema dell’innovazione con occhi da startup.

L’operazione crea un player con massa critica enorme — infrastruttura di rete, base clienti, capacità di elaborazione dati, presenza capillare sul territorio che potrebbe diventare uno dei catalizzatori dell’innovazione digitale italiana, oppure uno dei suoi freni.

La domanda che Giovanni Iozzia pone su EconomyUp è quella giusta: nascerà una piattaforma aperta o un fortino chiuso? Se il nuovo gruppo Poste-TIM sceglie la strada dell’apertura API accessibili, partnership con startup, dati condivisi in modo controllato con l’ecosistema si creano opportunità reali per decine di aziende innovative. Se sceglie la strada della chiusura — protezione del perimetro, integrazione verticale, NIH syndrome — l’effetto netto sull’ecosistema sarà negativo.

L’esperienza storica delle grandi fusioni tra incumbent nelle telecomunicazioni e nei servizi postali europei non è particolarmente incoraggiante. La logica dell’integrazione tende a prevalere su quella dell’apertura, almeno nei primi anni successivi all’operazione. Ma il contesto del 2026 è diverso da quello del 2010: la pressione competitiva dell’AI, la necessità di costruire infrastrutture per l’economia dei dati e le richieste di innovazione che vengono dai clienti corporate rendono la strada chiusa più costosa di quanto fosse in passato.


Cosa dovrebbe fare l’Italia adesso

Il 28° regime è un’opportunità. Non è una soluzione.

L’Italia può beneficiarne in modo significativo solo se accompagna la sua adozione con interventi che il regime europeo non può fare al suo posto: semplificazione del diritto societario domestico, riforma della tassazione dei piani di equity per i dipendenti delle startup, miglioramento del quadro fiscale per gli investitori in fase early-stage, e la più difficile di tutte una politica industriale che smetta di trattare l’innovazione come una voce di bilancio residuale dopo che le priorità di spesa strutturale sono state soddisfatte.

Senza queste condizioni, il 28° regime diventerà uno strumento utilizzato principalmente dalle startup italiane che vogliono attrarre investitori stranieri che hanno già familiarità con strutture giuridiche anglosassoni mentre le startup che operano prevalentemente nel mercato domestico continueranno a usare le forme giuridiche tradizionali.

Non sarebbe inutile. Ma sarebbe molto meno di quello che potrebbe essere.